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“Parmi un assurdo, che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ne ordinino uno pubblico”

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.Possono bruciare i nostri corpi, non possono distruggere le nostre idee esse rimangono per i giovani del futuro, per i giovani come te ricorda figlio mio la felicità dei giochi non tenerla tutta per te cerca di comprendere con umiltà il prossimo, aiuta il debole aiuta quelli che piangono aiuta il perseguitato, l'oppresso loro sono i tuoi migliori amici. NICOLA SACCO



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“Secondo te l'Africa è molto lontana?", chiede un bambino a un amico. "No, non molto" risponde l'altro. "Ma sei sicuro?" "Certo. Io ho un compagno di classe africano: ha detto che viene dalla Costa d’Avorio e tutte le mattine arriva a scuola in bicicletta!”


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4 maggio 2010

Petizione Internazionale per Kevin Scott Varga

 Il 12 maggio 2010 Kevin Scott Varga sarà ucciso da un'iniezione letale nel carcere texano di Livingston.

Sono gia' piu' di 1700 le persone che in Italia hanno firmato la petizione internazionale per salvare dall'esecuzione capitale Kevin Scott Varga, detenuto nel penitenziario del Texas, la cui esecuzione e' prevista per il 12 maggio. Un appello al governatore del Texas e' stato lanciato dalla Comunita' di Sant'Egidio, mentre la rete televisiva La7, che si e' occupata della vicenda di Kevin in una puntata del programma 'Il miglio verde', ha messo a disposizione il suo sito per la firma via internet della petizione internazionale. Da ultimo, la sorte del 41enne detenuto dal 2001 nel braccio della morte, e' stata presa a cuore dal Vaticano: la Segreteria di Stato si e' rivolta alla nunziatura a Washington, segnalando la possibilita' di chiedere, a nome del Santo Padre, un atto di clemenza, tanto al governatore quanto al Board of Pardons del Texas.

Secondo la Comunita' di Sant'Egidio, la condanna di Kevin Scott Varga e' viziata da pesanti irregolarita' ed e' profondamente ingiusta: accusato di omicidio e rapina e condannato nel 2000, Scott Varga, 41 anni, non ha potuto godere del diritto ad una giuria imparziale "allorche' un membro venne escluso perche' manifestamente contrario alla pena di morte". I suoi difensori si rivelarono incompetenti e inadeguati proprio perche' "non riuscirono a far valere l'appello per un nuovo processo in cui venisse riammesso il giurato abolizionista".

Nell'intervista realizzata da La 7, Scott Varga racconta il momento in cui per lui "il futuro cesso' di esistere", il 20 novembre 2000, il giorno in cui ricevette la condanna di morte, e di come alzo' muri intorno a se' "per non provare piu' alcuna emozione". Poi, ha spiegato, accadde "una cosa meravigliosa": l'arrivo delle petizioni inviate dall'Europa. Nell'ultimo intervento ad un blog (http://minutesbeforesix.com), del 7 aprile scorso, Kevin ha scritto: "Combattero' finche' il mio cuore non si fermera'" e non perdero'' la speranza fino allora perche' Dio mi tiene nel palmo della sua mano".

C'e' poco piu' di una settimana per convincere le autorita' americane a non uccidere questa speranza.




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10 marzo 2010

Giappone

La storia di Iwao Hakamada, 73 anni, da 42 nel braccio della morte

Dead man walking. Uomo morto in marcia. Da oltre quarant’anni, una vita. Quattro mura, sempre le stesse, quelle su cui far rimbalzare sguardi perduti nel vuoto. Solitudine, unica compagna di un angusto viaggio, rinchiuso nella gabbia di ricordi che sbiadiscono e pensieri che balbettano. Aspettando il giorno fatidico, quello che conduce alla fine. Funziona così, in Giappone. Aspetti, aspetti, aspetti. Magari per decenni. Un giorno ti svegliano, di buon mattino.

E ti annunciano che l’ora sta per scoccare. L’iniezione fatale, il corpo che si spegne, stavolta per sempre. Solo dopo si prenderanno la briga di avvertire i parenti. Iwao Hakamada aspetta, lo fa dal 1968, quando una sentenza lo spedì nel braccio della morte, con biglietto d’andata in manette e di ritorno in una cassa di zinco. Una sentenza che grida vendetta, come per Rubin Carter, l’Hurricane cantato da Bob Dylan e interpretato nell’omonimo film da Denzel Washington. Pugili, entrambi. E vittime di pregiudizi. Essere nero, la colpa di Hurricane, nell’America segnata da malcelato razzismo.

Aver tirato di boxe, quella di Hakamada, nel Giappone che vedeva come il fumo negli occhi chi aveva calcato i ring. Sarebbe differente, adesso, ora che atleti dai tratti orientali primeggiano nelle categorie meno prestigiose, piccoli grandi uomini che al Paese del Sol Levante regalano titoli e gloria. Allora no, nel bel mezzo degli anni ’60, quando gli ex pugili erano considerati scarti della società, muscolari senza cervello, che una volta scesi dal quadrato andavano a ingrossare le fila della malavita. Hakamada e il pugilato avevano incrociato le loro strade per un paio di anni, poco più. Il tempo per infilare 9 successi di fila (da peso gallo e piuma), prima di imboccare una parabola discendente a rotta di collo e chiudere presto una carriera breve e senza squilli (16 vittorie, 10 sconfitte e 2 pari tra il 1959 e il 1961).

Gli toccò lavorare, altro che abbracciare la vita spericolata di chi s’incammina al di là del confine con la legge. Turni faticosi in una fabbrica per la produzione di riso, notti trascorse nell’annesso dormitorio: dura esistenza, per guadagnarsi da vivere. Senza, peraltro, azzerare i pregiudizi. E così, quando ci fu da trovare un capro espiatorio, rimase intrappolati nelle fitte maglie della giustizia ingiusta. Era una torrida notte d’estate, anno 1966: lo svegliarono le urla dei colleghi, accorsero insieme nella casa del padrone, che stava andando a fuoco. Fecero il possibile per spegnere l’incendio, il peggio però era già accaduto. Tra le fiamme trovarono i corpi semi-carbonizzati e deturpati da numerose coltellate del direttore dell’azienda, di sua moglie, dei due figli. Passarono 48 giorni, poi la polizia andò a prelevarlo: nella concitazione dei soccorsi s’era procurato un taglio, il pigiama s’era macchiato di sangue.

Per gli inquirenti, l’evidenza della sua colpevolezza: era stato lui a colpire le vittime e ad appiccare il fuoco. Settimane di interrogatori, 22 giorni di fila, dal mattino alla sera, dalle 12 alle 17 ore al giorno. Manco a dirlo, senza avvocato. Torture psicologiche, ma non solo. Avevano il capro espiatorio, non restava che estorcere la confessione. Anni dopo, avrebbe scritto al figlio: «I poliziotti mi colpivano con un bastone per farmi confessare, dall’alba fino a notte inoltrata: è il loro modo di indagare. Figlio mio, tuo padre proverà di non aver ucciso nessuno: lo sa la polizia, lo sanno i giudici».

Intanto, aveva confessato. Non una, ma 45 volte. Ne estrassero una di confessione, quella che portarono in dibattimento. Al processo, lui ritrattò. Ma non cui fu verso: l’11 settembre 1968 fu condannato a morte. Tre giudici, due inflessibili, l’altro contrario. Il terzo si chiamava Morimichi Kumamoto: ingiustizia fu fatta, a sua avviso, tanto da convincerlo a smettere la toga e diventare avvocato. Fu allora che parlò di quella storia: credeva che Iwao Hakamada non fosse colpevole, disse, anzi ne era convinto. Più che un errore giudiziario, una pagina di giustizia manipolata. Hakamada chiese la revisione: richiesta respinta nel 1984. Altra richiesta, ancora respinta, nel 2004. Oltre 40 anni, nel braccio delle morte. Aspettando la fine, che qualcuno, forse per pudore (troppi dubbi), ha sempre rimandato.

Racchiuso tra quattro mura, isolato dal resto del mondo. Gli anni passano, il cervello svanisce. Iwao Hakamada è vecchio e malato. Alterna giorni di lucidità ad altri di totale buio mentale. Vive in un incubo, talvolta non se ne rende conto. È chiuso nel braccio della morte, pensa di essere a casa. Il corpo è malandato, il cervello peggio. Si rifiuta di incontrare il suo avvocato, spesso anche i familiari. Così è la vita di chi in Giappone è condannato a morte. Ce ne sono 102, in attesa della fine. E la gente non ha pietà (in un recente sondaggio l’85,6% dei giapponesi s’è detto favorevole alla pena capitale), neppure per chi è lì ma dovrebbe essere altrove. Chi ha provato a tirarlo fuori ha fatto sempre un buco nell’acqua. Un paio d’anni fa, si mosse il pugilato giapponese, al gran completo. Una serata tutta per lui, alla Kurakuen Hall di Tokyo.

Campioni, ex campioni, comprimari, organizzatori. Il giudice Kumamoto, quello della sentenza di morte, salì sul ring e spiegò alla platea di aver sempre creduto all’innocenza di Hakamada. A un certo punto, la sala si oscurò, sul video apparve la sagoma di Rubin Hurricane Carter, uno che alla giustizia ingiusta ha pagato un prezzo salato: «Free Hakamada now», urlò con voce sicura dall’altra parte del mondo. Niente da fare. Amnesty International e la Comunità di Sant’Egidio questa crociata non hanno smesso di combatterla. Ogni anno, un’iniziativa. Oggi cade il 73° compleanno di Iwao Hakamada.

Quelli di Amnesty si appellano alla gente comune. Chi crede nella giustizia, imbracci un cartello con la scritta «Free Hakamada», scatti una foto e la spedisca. Ne faranno un gigantesco patchwork, da issare dinanzi all’ambasciata giapponese a Londra. Gli hanno rubato la vita, almeno gli riconsegnino la dignità.




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13 febbraio 2010

Mongolia

Il Presidente proclama la moratoria della pena di morte in vista dell'abolizione

Il 14 gennaio 2010, con uno storico discorso in Parlamento, il Presidente della Mongolia Tsakhiagiin Elbegdorj, ha solennemente proclamato l’introduzione di una moratoria ufficiale delle esecuzioni, ha decretato la riduzione automatica di tutte le sentenze capitali in 30 anni di reclusione e ha manifestato apertamente la sua intenzione di giungere quanto prima all’abolizione totale e incondizionata della pena di morte.

Tale risolutezza in verità non è il frutto di una decisione improvvisa. Già 19 anni fa, da deputato, Elbegdorj aveva infatti proposto di introdurre, a livello costituzionale, la sua completa eliminazione dal sistema giudiziario del paese centroasiatico.

Tuttavia la straordinarietà dell’iniziativa presidenziale si contraddistingue per un approccio profondamente umanista nella concezione della giustizia, e per una teoria singolarmente progredita del rispetto della vita e della dignità umana, che mostra pochi precedenti nel continente asiatico.

Da quando ha assunto la presidenza della Mongolia, sette mesi fa, Elbegdorj non ha intenzionalmente sottoscritto alcuna esecuzione e indica oggi la necessità di mettere fine a quella che lui stesso non esita a definire la “vergogna” del regime penale mongolo: l’oblio assoluto dei detenuti nei bracci della morte, e dei loro corpi dopo l’esecuzione, occultati dal più rigido segreto di stato, senza che le loro famiglie possano avere un luogo dove poterli piangere.

Il Capo dello Stato, spiegando le ragioni della sua decisione, dichiara anzitutto che la facoltà di concedere la grazia, anche a chi si sia macchiato del peggiore delitto, è un principio cui dover restare fedeli perché garanzia e tutela del valore della vita umana. Si dimostra particolarmente preoccupato dell’errore giudiziario e del rischio di condannare un innocente. Specie in Mongolia, dove sono contemplate 59 fattispecie di reati capitali. Ricorda che in soli 16 mesi, dal 1937 al 1939, ben 20.474 cittadini mongoli – di cui 1228 in un solo processo- furono soppressi, vittime di persecuzioni di regime.

“La pena di morte –afferma il Presidente della Mongolia- degrada la dignità umana, provoca nelle famiglie delle vittime e dei condannati ferite, dolore e risentimenti”. E rammenta che secondo le antiche tradizioni del suo paese, la vita è la più grande ricchezza per ogni uomo e ogni donna.

“Lungi dal privare della vita i propri cittadini –dichiara- al contrario lo stato deve esercitare il potere di impedire la soppressione di un essere umano, laddove la società civile lasciata libera a se stessa non riesca a garantire che gli uomini non si uccidano gli uni gli altri”.

All’argomento del rispetto della maggioranza della volontà del popolo che fosse favorevole all’omicidio di stato, ribatte che nessuno dei paesi che hanno finora abolito la pena capitale lo abbia fatto in seguito a pressioni “dal basso”. Ed uno stato incapace di clemenza non può a suo dire infondere fiducia nei propri cittadini.

“Intendo essere un presidente –dice Elbegdorj- che non privi della vita i suoi cittadini in qualsiasi circostanza in nome dello stato. Il diritto alla vita è assoluto e non può dipendere neanche dal Capo dello Stato”. E continua: “Non esiste alcuno studio in grado di provare che l’abolizione della pena di morte aumenti il tasso di criminalità. E’ invece largamente dimostrato che mantenendola si assiste ad un incremento dei reati più gravi. Dunque, la pena capitale non è un deterrente ai delitti”.

Marco




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9 dicembre 2009

Le immagini dal mondo degli eventi di...

CITTA' PER LA VITA - CITTA' CONTRO LA PENA DI MORTE

La Giornata Mondiale delle Città per la Vita ha coinvolto, quest'anno, un numero crescente di città, in tutto il mondo.

Accanto a quelle (circa 1200)che hanno ufficialmente dichiarato la propria adesione alla lista d'onore delle città che hanno detto no alla pena capitale, vanno considerate molte altre, alcune delle quali anche in paesi ancora mantenitori, dove la Comunità di Sant'Egidio, insieme ad altre associazioni ha dato vita a manifestazioni, incontri, iniziative di vario genere per promuovere la cultura della vita.

In questi giorni, continuano ad arrivare notizie e immagini dei diversi eventi.

Cliccando qui di seguito, vedrete alcune immagini pubblicate sul sito della Comunità di Sant'Egidio, scelte tra quelle giunte fino ad ora, da diverse parti del mondo.




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28 novembre 2009

Cities for life: no justice without life

In tutto il mondo, più di 1200 CITTA' PER LA VITA illuminano un monumento-simbolo CONTRO LA PENA DI MORTE per dichiarare la loro adesione all'iniziativa

L’approvazione, negli ultimi due anni, di due Risoluzioni per una Moratoria Universale della pena capitale all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, confermano un sentimento mutato del mondo per una nuova soglia, più alta, di rispetto dei diritti umani.

Anche la Commissione per i Diritti umani dell’Unione Africana ha approvato all’inizio dello scorso mese di Novembre una risoluzione che richiama gli Stati di tutta l’Africa ad osservare una moratoria della pena di morte, inviando così un chiaro segnale alla comunità internazionale di voler sostenere con determinazione la Moratoria votata all’ONU.

La pena capitale è un residuo del passato, come a lungo sono stati schiavitù e tortura, poi rifiutati dalla coscienza del mondo. Tuttavia, la strada verso l’abolizione della pena capitale resta lunga e difficile e necessita di un’azione decisa e a lungo termine in vista della implementazione della Risoluzione e dell’abolizione definitiva, universale,  della pena capitale. 

In tal senso, la Giornata Mondiale delle Città per la Vita/Città contro la Pena di Morte, (che si celebra ogni 30 Novembre, in ricordo dell’anniversario della prima abolizione della pena di morte ad opera di uno stato europeo, il Granducato di Toscana, avvenuta nell’anno 1786) rappresenta un’importante iniziativa che nel corso degli anni ha riunito numerose amministrazioni locali e società civili, per offrire e promuovere universalmente questa battaglia tanto decisiva per l’umanità intera. L’ultima edizione, quella del 2008, ha registrato l’adesione di quasi mille città, di cui 55 capitali, rappresentando così la più grande mobilitazione internazionale finora realizzata per fermare nel mondo tutte le esecuzioni capitali.

E’ in corso l’organizzazione dell’ottava Edizione per il 30 novembre 2009.

Molti Comuni stanno già predisponendo iniziative culturali e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sostenute e organizzate in sinergia con la Comunità di Sant’Egidio e associazioni ad essa collegate, in Italia e in altri Paesi. Con l’iniziativa si chiede ad ogni città un gesto visibile ai cittadini e al mondo. Questo gesto, preferibilmente l’illuminazione di un monumento significativo della città, si accompagna all’adesione alla moratoria universale da parte del Consiglio comunale e ad un impegno concreto nella sensibilizzazione della società civile. Circa 80 città hanno partecipato alla prima edizione nel 2002. Oggi sono più di mille, tra cui 55 capitali nei cinque continenti, le città che prendono parte a questa Giornata, con iniziative a carattere educativo e spettacolare che vedono coinvolti monumenti o piazze-simbolo e con interventi mirati alla sensibilizzazione dei cittadini.




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26 novembre 2009

30 Novembre 1786...30 Novembre 2009

Anniversario dell'abolizione della pena capitale in Toscana

30 Novembre 1786 il Granducato di Toscana è il primo stato ad abolire la pena capitale
30 Novembre 2009 223° anniversario dell'abolizione della pena di morte in Toscana 

La data è un giorno di festa regionale per la Toscana e la città di Firenze, in quanto ricorre l'abolizione della pena di morte e in genere vengono proposte iniziative per commemorare questa importante iniziativa, tra le quali quest'anno la presentazione del libro di Karl L. Guillen "Il Sangue d'Altri".


A Firenze ore 17.30, presso la Biblioteca comunale delle Oblate (via dell'Oriuolo) 
Salone letteratura contemporanea, 1° piano.
Presentazione del libro "Il Sangue d'Altri" di Karl L. Guillen.

Saranno presenti per la presentazione del libro:
- Daniela Annetta, del Comitato Karl Guillen;
- Olivier Turquet, della casa editrice Multimage.

Per conversazioni sui diritti umani:
 - Claudio Giusti, membro del Comitato Scientifico dell'Osservatorio sulla Legalità e i Diritti (http://www.osservatoriosullalegalita.org/special/penam.htm), ha avuto il privilegio e l'onore di partecipare al primo congresso della sezione italiana di Amnesty International, in seguito è stato uno dei fondatori della Coalizione Mondiale Contro la Pena Capitale, scrittore tra l’altro della prefazione del libro di Karl;
- Severino Saccardi, direttore della rivista "testimonianze" (fondata da Ernesto Balducci), consigliere regionale della Toscana
 
Il programma è in corso di definizione, potrebbero aggiungersi altri relatori,
potrebbe essere prevista una conversazione dopo cena.




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17 settembre 2008

no alla pena di morte:Davis_amnesty international

                                                                                    Logo delle azioni urgenti

 

Troy Anthony Davis
Troy Anthony Davis ©Georgia Department of Corrections

Il 12 settembre 2008, la Commissione per la clemenza ha respinto la richiesta di commutazione della condanna a morte di Troy Davis, la cui data d'esecuzione è fissata per il 23 settembre. La Commissione si è riunita con l'avvocato e i familiari di Davis, con la famiglia di Mark MacPhail e i pubblici ministeri di Davis. Al termine dell'incontro i membri della commissione non hanno fornito alcuna spiegazione riguardo il procedimento che li ha portati a decidere di negare la clemenza. L'avvocato di Davis ha dichiarato di voler presentare alla Corte suprema degli Stati Uniti una mozione per la sospensione dell'esecuzione. Davis è stato condannato a morte nel 1991 per l'uccisione dell'agente di polizia Mark Allen MacPhail in un Burger King di Savannah, nello stato della Georgia: un omicidio che Davis continua a negare di aver commesso. Contro di lui non sono mai state presentate prove concrete e l'arma del delitto non è mai stata ritrovata. Il processo si è basato interamente su deposizioni fatte a seguito di pressioni della polizia, le quali presentavano notevoli incongruenze e che in seguito sono state ritrattate da molti dei testimoni. Davis si è visto inoltre negare ripetutamente la possibilità di presentare nuove testimonianze che avrebbero potuto scagionarlo dall'accusa di omicidio.Davis era già stato a un passo dall'esecuzione nel 2007. Il 16 luglio 2007, neanche 24 ore prima, la Commissione per la clemenza l'aveva bloccata e rinviata di 90 giorni, rinvio poi prolungato dalla Corte suprema della Georgia che aveva deciso di riesaminare il suo caso. L'esame era terminato il 17 marzo di quest'anno, quando la Corte ha negato un nuovo processo a Davis. Amnesty International si oppone all'esecuzione di Troy Davis a prescindere dalla sua innocenza o colpevolezza così come per qualunque altro caso di pena di morte.

Per ulteriori approfondimenti su questo caso, è possibile consultare il rapporto 'Where is the justice for me? The case of Troy Davis, facing execution in Georgia'.

Firma subito l'appello 

Mai più pena di morte
La campagna di Amnesty International

Amnesty International da molti anni è in prima linea nella campagna per l'abolizione della pena di morte. In quest'intervista rilasciata a Piero Ricca, Roberto Decio, attivista della sezione Lombardia di Amnesty riepiloga i dati dell'esecuzione capitale nel mondo e parla delle strategie dell'organizzazione, in attesa della moratoria internazionale di cui si discuterà in autunno all'Onu.

Guarda nel formato RealPlayer - ADSL  Mai più pena di morte - La campagna di Amnesty  Guarda nel formato Windows Media Player - ADSL

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14 settembre 2008

Argentina toglie la pena di morte

www.coalit.org 

12.09.2008
ARGENTINA: abolita la pena di morte
(libera traduzione a cura di COALIT)

Due recenti ratifiche da parte dell'Argentina confermano
inequivocabilmente la sua recente abolizione della pena di morte.
Quest'ultima iniziativa spiana la strada ad altri Paesi affinche'
seguano il suo esempio. […] L'ultima esecuzione in Argentina ebbe
luogo nel 1916.
[…]

Il resto dell'articolo si trova qui:

http://www.amnestyusa.org/document.php?id=ENGNAU200809125923&lang=e




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13 settembre 2008

no alla pena di morte:Biko_amnesty international

12 settembre 2008
12 settembre 1977
   

Steven Biko muore a causa delle percosse subite in prigione
  
Incredibile
 
Jack Alderman ha la mia stessa età e martedì ha un appuntamento con il boia
 che lo aspetta da 34 anni. 
In questi 34 anni io ho studiato, ho fatto il militare e lavorato. Sono diventato padre e mi sono avvicinato alla pensione. Intanto Alderman marciva nel braccio della Georgia.
Non so se Jack sia innocente come afferma da 34 anni. Sinceramente non mi importa e non è questo il punto. Il punto è se lo stato ha il diritto di condannare a morte e di farlo in questo rivoltante modo. Io dico di no.
Claudio Giusti
 
  
http://www.ajc.com/metro/content/metro/stories/2008/05/03/alderman_0504.html
http://www.exoneratejack.org/biography.html
http://www.examiner.com/Subject-Jack_Alderman.html
http://www.ipetitions.com/petition/JusticeForJack/
http://www.democracyinaction.org/dia/organizationsORG/ncadp/campaign.jsp?campaign_KEY=16100
 
 
Dott. Claudio Giusti
Via Don Minzoni 40, 47100 Forlì, Italia
Tel.  39/0543/401562     39/340/4872522
e-mail  giusticlaudio@aliceposta.it 
Claudio Giusti ha avuto il privilegio e l’onore di partecipare al primo congresso della sezione italiana di Amnesty International e in seguito è stato uno dei fondatori della World Coalition Against The Death Penalty. Fa parte del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Legalità e i Diritti. 
 




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27 luglio 2008

osservazioni di Claudio Giusti

 
Si chiamava Maria Giovanna Cortesi.

Era mia madre. 

Nell’estate del ’44 aveva diciannove anni e faceva la parrucchiera a Bassano del Grappa, dove Nonno Cino era nella contraerea.

Un giorno di settembre il nonno passò a prenderla prima del solito e insieme corsero verso casa, ma non fecero in tempo.

Di fronte a casa stavano impiccando dei ragazzi.

Uno di questi, morendo, perse il controllo degli sfinteri.

Mia madre svenne.

Un fascista la fece rinvenire a suon di sberle.

Probabilmente sono stati i suoi racconti a farmi abolizionista.

 

Claudio Giusti  giusticlaudio@aliceposta.it

Claudio Giusti ha avuto il privilegio e l’onore di partecipare al primo congresso della sezione italiana di Amnesty International e in seguito è stato uno dei fondatori della World Coalition Against The Death Penalty. Recentemente è entrato a far parte del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla legalità.




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11 febbraio 2008

segnali di vita, no alla pena di morte


La pena di morte nel mondo
dal 1970 ad oggi

 

    1970 1997 Oggi

 

Abolizionisti DE IURE

16 64

96

 

Abolizionisti ORDINARI

24 13

9

 

Abolizionisti DE FACTO

15 38

39

 

MORATORIA in atto

- -

5

 

Totale abolizionisti

55 115

149

 

MANTENITORI

143 83

49

   

OGGI                        1997                        1970

  


La Francia chiede ufficialmente la sospensione della condanna alla lapidazione

per le due sorelle Zoreh e Azar Kabiri


Condanna a morte "sospesa" per due anni a Wang Wulong.

Si spera nella commutazione in ergastolo


Ministro della Difesa: il giornalista Kambakhsh non sarà messo a morte

   www.santegidio.org/no-death-penalty/index.aspx?ln=it

 

 

 


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2 febbraio 2008

appello per Parwiz Kambakhsh

Afghanistan - 23.1.2008 l'esportazione della teocrazia
Condannato all’impiccagione per blasfemia giovane giornalista
critico verso la religione
 
Hafizullah Khaliqyar, procuratore generale della provincia settentrionale di Balkh, ha annunciato la condanna all’impiccagione per blasfemia del giovane giornalista Parwiz Kambakhsh, 23 anni, arrestato a ottobre per aver stampato e diffuso tra i suoi amici un articolo ripreso da un sito Internet, che mette in evidenza alcuni versi del Corano controversi riguardo ai diritti delle donne. Pare che come ‘prova’ della sua malafede sia stato addotto il fatto che in casa sua sono stati trovati libri di filosofia e religione scritti da autori occidentali. Secondo la famiglia del ragazzo, non gli è stato nemmeno concesso un avvocato difensore e ci sarebbero state forti pressioni delle gerarchie islamiche afgane sul tribunale provinciale di Balkh.
 
Anche il fratello nel mirino del governo. Parwiz, studente di giornalismo all’Università di Mazar-i-Sharif, ha stampato l’articolo incriminato – non si sa quale – per poi discuterne in classe con i suoi compagni di corso e con l’insegnante. Alcuni ragazzi della classe hanno denunciato il fatto alle autorità e così sono scattate le manette.
Parwiz collaborava anche con un giornale locale progressista, il Jahan-e-Now (Nuovo Mondo), sul quale aveva pubblicato diversi articoli. Voleva seguire le orme di suo fratello maggiore, Yaqub Ibrahimi, giornalista molto noto in Afghanistan per le sue coraggiose inchieste sui crimini e la corruzione dei politici governativi legati all’ex Alleanza del Nord. Non è escluso che le autorità afgane abbiano voluto punire Ibrahimi colpendo suo fratello. (...continua)
 
fonte:
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=16&idart=9894


firma l'appello 
http://www.independent.co.uk/news/world/asia/article775954.ece


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4 gennaio 2008

dal sito degli amici di COAL.IT

<< Mia figlia è stata stuprata, seviziata e poi uccisa...
forse dovrei perdonare chi le ha fatto questo??
Potrei forse dimenticare e passare sopra un crimine così grande??
Era ancora una bambina ... >>

Di fronte a fatti e ad affermazioni di questo tipo non esiste che una risposta: rispettoso silenzio. Silenzio per comprendere la sofferenza di coloro ai quali è stata strappata la vita in modo tanto crudele e barbaro, quanto ingiusto. E' il silenzio di chi comprende, è il silenzio di chi non accetta questo sistema di cose, è silenzio che non giudica e non condanna, ma è vicino a chi è morto dentro.
No, non possiamo passare sotto silenzio certi crimini, certe atrocità, non possiamo fare finta di niente, non possiamo avallare atti così crudeli compiuti molto spesso per futili motivi.
No, non possiamo accettare un "perdonismo" e un "buonismo" che sanno solo di superficialità.
E' da questo punto di vista e non da altri che dobbiamo far partire la nostra riflessione sull'istituzione della pena di morte se vogliamo comprendere i motivi per cui tanti stati nel mondo 
la utilizzano ancora.
Tuttavia, è necessario e indispensabile, sia da un punto di vista umano che biblico-cristiano, eliminarla e abolirla...
 
10 MOTIVI UMANITARI PER ABOLIRE LA PENA DI MORTE

1) La pena di morte non serve come deterrente per i crimini.
2) L'applicazione delle norme giuridiche è spesso soggetta a errori umani dolosi o involontari.
3) La pena di morte è un arma troppo potente in mano a governi sbagliati.
4) L'applicazione della pena di morte non incentiva la ricerca di sistemi preventivi.
5) Il diritto alla vita è un principio fondamentale su cui si basa la nostra società
6) Lo stato si comporterebbe in modo criminale come il criminale stesso.
7) La pena di morte è discriminatoria
8) La pena di morte non ristabilisce alcun equilibrio.
9) Lo Stato è corresponsabile dei crimini commessi.
10) Pena di morte = risparmio ?

Non crediamo tuttavia nell'impunità, nel perdono a buon mercato. Non si tratta di perdono, ma di umanizzazione. Non si tratta di "passarci sopra", ma di costituire Stati che conducano la società verso una nuova Morale complessiva che possa in massima parte prevenire l'attuazione dei crimini più efferati.

per approfondimenti visita il sito della
coalizione italiana contro la pene di morte
http://www.coalit.org/versitalia.html


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17 dicembre 2007

anche il New Jersey contro la pena capitale

 
Riceviamo da Claudio Giusti e volentieri postiamo.

18/12/1865 Gli USA aboliscono la schiavitù
18/12/1969 l'Inghilterra abolisce la pena di morte


Il New Jersey ha abolito la pena capitale.

Lunedì 17 dicembre 2007 il Governatore del New Jersey,
l'abolizionista Jon Corzine, ha firmato la legge che abolisce la
pena di morte.

Dopo la delusione del New Hampshire nel 2000 e i recenti tentativi
in Maryland, Montana, New Mexico e Nebraska, il New Jersey è il
primo stato americano ad abolire la pena capitale dalla sentenza
Gregg del 1976 e il primo a farlo con un voto del parlamento da
quando il West Virginia e l'Iowa cancellarono la pena di morte nel
1965.

Salgono così a 15 le giurisdizioni americane senza il patibolo. Fra
queste il glorioso Michigan, che è stata la prima giurisdizione al
modo ad abolire permanentemente questa pena, dimostrando così che
anche in America è possibile vivere senza ammazzare la gente.

Siamo certi che l'esempio del New Jersey sarà origine di un
benefico "effetto domino" abolizionista.

Ringrazio di cuore quanti hanno scritto lettere ai giornali
americani e contribuito a questa splendida vittoria.

Dott. Claudio Giusti

Via Don Minzoni 40, 47100 Forlì, Italia
Tel. 39/0543/401562 39/340/4872522
e-mail
giusticlaudio@aliceposta.it

Claudio Giusti ha avuto il privilegio e l'onore di partecipare al
primo congresso della sezione italiana di Amnesty International e in
seguito è stato uno dei fondatori della World Coalition Against The
Death Penalty. Fa parte del Comitato Scientifico dell'Osservatorio
sulla Legalità e i Diritti. 
www.coalit.org


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29 novembre 2007

appello al papa

 

TOSCANA: APPELLO AL PAPA,
 "LA CHIESA CANCELLI LA PENA DI MORTE"

(AGI) - Firenze, 28 nov. - Dalla Toscana un appello al Papa affinche' cancelli ogni riferimento alla liceita' della pena di morte nei testi della Chiesa. Lo ha inviato Massimo Toschi, assessore della regione Toscana alla cooperazione, perdono e riconciliazione fra i popoli. Toschi ha scritto a Benedetto XVI una lunga lettera nella quale ricorda come proprio la Toscana "nel 1786, primo Stato al mondo, ebbe il coraggio di cancellare la pena di morte dal suo ordinamento." Ora che la proposta di moratoria universale avanzata dall'Italia e dall resto Europa e' stata approvata a grandissima maggioranza i! n commis sione e sta per approdare all'Assemblea Generale dell'Onu, Toschi si rivolge al Papa chiedendogli un gesto solenne. Un gesto volto a cancellare ogni riferimento alla liceita' della pena di morte che ancora permane, pur se in casi estremi, nei testi della Chiesa e del suo magistero. "Un Suo gesto solenne - scrive Toschi al Pontefice - rafforzerebbe l'impegno di quanti, in tutto il mondo, credenti e non credenti, in nome del Vangelo o della coscienza, lavorano alla definizione di un diritto che diventi riconciliazione e non vendetta". "L'umanita' - conclude l'assessore Toschi - ha gia' scomunicato la pena di morte.
  Confermi con l'autorevolezza del suo magistero questa scomunica. Escluda dall'insegnamento tradizionale della Chiesa la pena di morte, che contraddice la migliore coscienza civile dell'umanita' e si pone come antivangelo". (AGI) 
fonte: http://www.agi.it/firenze/notizie/200711281812-cro-r012663-art.html

la lettera inviata a GIOVANNI PAOLO II. (mar 2001) http://www.coalit.org/dossier/comunebianco0301.html


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