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“Secondo te l'Africa è molto lontana?", chiede un bambino a un amico. "No, non molto" risponde l'altro. "Ma sei sicuro?" "Certo. Io ho un compagno di classe africano: ha detto che viene dalla Costa d’Avorio e tutte le mattine arriva a scuola in bicicletta!”


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 appello per Dante De Angelis 

Sign for Campagna di Solidarietà a Dante De Angelis.




12 aprile 2010

Io stò con EMERGENCY

 

"Sabato 10 Aprile militari afgani e della coalizione internazionale hanno attaccato il Centro Chirurgico di Emergency a Lashkar-gah e portato via membri dello staff nazionale e internazionale.

Tra questi ci sono tre cittadini italiani: Matteo Dell'Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani. Emergency è indipendente e neutrale. Dal 1999 a oggi Emergency ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso".

Firma l'appello qui: io stò con EMERGENCY

Segui anche gli aggiornamenti della situazione ed i comunicati e gli interventi di Emergency su: PeaceReporter




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2 marzo 2010

Bibi

Sono arrivati con il loro papà Anar Gul, dopo un viaggio in elicottero, al nostro ospedale alle 19.15, tramortiti dalle ferite e dallo spavento.

Bambini come tutti i bambini del mondo, che in giardino giocano tra loro.

Solo che in questo paese nei giardini delle case si possono trovare oggetti molto strani, che attizzano la curiosità soprattutto dei più piccoli.
Uno di loro ha cominciato a tirare dei sassi addosso all'oggetto sconosciuto, ma visto che nulla succedeva, ha pensato bene di dargli fuoco con un accendino trovato chissà dove.

La bomba è esplosa, ed ha ucciso subito Masullah, 6 anni e Safiullah di 11.

Sharifullah, 7 anni, è arrivato da noi pieno di schegge su tutto il corpo.

Ed insieme a lui, è arrivata la sorella, Rahmat Bibi, con due brutte schegge che le hanno perforato la pancia.
I chirurghi l'hanno operata subito, la mascherina per l'ossigeno era quasi più grande del suo intero volto.

Perché Rahmat Bibi ha circa 1 anno, è una neonata.

Ed ha già incontrato la follia della guerra.

Matteo Dell'Aira*

(*Infermiere capo dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, Helmand)

PeaceReporter




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24 febbraio 2010

Fazel

Fazel Mohammed ha due occhi azzurri che parlano da soli.

Il suo piccolo corpo è già pieno di cicatrici, ricordi di gioco e di malattie che da noi sono scomparse ormai da anni.
Una delle poche zone del suo corpo ancora intatte erano le ginocchia.

Ci ha pensato un proiettile, che lo ha rovesciato a terra mentre giocava in giardino, a lasciargli un bel segno. Ora avrà anche lì due belle cicatrici, quelle del foro di entrata e del foro di uscita di quel maledetto pezzo di metallo arrivato a velocità assurda.

E' arrivato da noi grazie a uno zio dopo tre interi giorni in cui non si è potuto muovere da casa sua, a Marjah.
Si è già messo in piedi, vuole andare a casa, è preoccupato per i suoi familiari.

Sembra un uomo, ma ha solo 10 anni.

Da noi i bambini di dieci anni fanno la quinta elementare.

E non rischiano la vita per la guerra.

Matteo Dell'Aira*

(*Infermiere capo dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, Helmand)

PeaceReporter




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23 febbraio 2010

Ali

Ali Mohammed è un bel ragazzino in carne, uno dei pochissimi qui in Afghanistan.

E' ricoverato nel nostro reparto post chirurgico. Un po' di spavento gli è passato, ma si vede che è ancora molto arrabbiato.

Era fuori da casa sua, a Marjah, e stava aiutando il nonno a rientrare a casa visti i feroci suoni della guerra ormai molto vicini.
Il proiettile non l'ha nemmeno sentito arrivare, ma ha avvertito una fitta di dolore fortissimo alla spalla sinistra. La pallottola gli ha rotto la scapola ed è uscito dalla schiena, per fortuna senza trapassare il polmone.
Il nonno a casa gli ha coperto la ferita con una pezza. E lì è rimasto per quattro dolorosi giorni, prima di riuscire ad arrivare al nostro ospedale.

Ali Mohammed ha la bellezza di 13 anni.

E ha già rischiato di morire.

Matteo Dell'Aira* 

(*Infermiere capo dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, Helmand)

PeaceReporter




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21 febbraio 2010

Gulalay

Gulalay ha una bellissima treccia di capelli scuri scuri e due occhi chiarissimi.

A Dilaram, altro villaggio dopo il distretto di Grishk, era davanti a casa.
Stava curando i pochi animali che permettono alla sua famiglia, come a tante altre famiglie di questo paese, di sopravvivere.
Ha sentito i rumori della guerra avvicinarsi.
Ha visto il fratellino più piccolo che si stava allontanando troppo. Si è precipitata da lui, lo ha preso in braccio ed è corsa verso casa.

Appena entrata, dopo essersi seduta, ha sentito una fitta di dolore e un intenso bruciore al fianco destro. Allora sua mamma l'ha ispezionata e ha visto un buco nei vestiti, del sangue. Girandola ne ha visto un altro di buco, nella schiena, e ancora sangue.

Il padre l'ha carica in macchina, quella dello zio, hanno fatto pochi metri ma sono stati fermati. "Non si può passare, ormai è tardi", gli dicono degli stranieri.
Così la riportano in casa, ascoltando i suoi lamenti per tutta la notte.

Il giorno dopo, di mattina presto, riescono finalmente a partire.

Gulalay è arrivata da noi nel primo pomeriggio, dopo quasi 24 ore dal colpo di proiettile che l'ha ferita. E' stata operata subito.
Ora, nonostante qualche tubicino che viene fuori dalla sua carne, sta bene, ma non ha nessuna voglia di sorridere.

Gulalay ha 12 anni.

Dodici.

Ennesimo 'effetto collaterale'.

Matteo Dell'Aira* 

(*Infermiere capo dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, Helmand)

PeaceReporter




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20 febbraio 2010

Khudainazar

Khudainazar è un ragazzino di 11 anni, con la faccia sveglia.

Era fuori dalla sua casa, a Nadalì: era andato a riempire le taniche di acqua.

Improvvisamente ha sentito un gran bruciore e ha lasciato cadere l'acqua che stava trasportando. E' arrivato, dopo mille peripezie ed un viaggio estenuante, al nostro ospedale, con una ferita da proiettile che è entrato nell'inguine sinistro ed è uscito dal gluteo destro.
Proiettile sparato da "stranieri vestiti da guerra".
E sì che non è carnevale, qui.
Per sua fortuna nessun organo vitale è stato danneggiato: stentavamo a crederci anche noi.

Non appena è arrivato, ha chiesto di Akter, il ragazzino che abbiamo ricevuto l'altro ieri con la testa trapassata da un proiettile. E' un suo amico, sono vicini di casa, giocano sempre insieme.

Auguro loro di poter un giorno raccontarsi a vicenda questa loro tragedia, davanti ad una tazza di tè, mentre fuori i rumori della guerra sono davvero scomparsi.

Matteo Dell'Aira* 

(*Infermiere capo dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, Helmand)

PeaceReporter




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20 febbraio 2010

Akter

Anche a Nadalì, altro distretto non lontano dall'ospedale di Emergency a Lashkar Gah, stanno combattendo ormai da giorni.

Anche lì sta arrivando la pace e la democrazia.

Akter Mohammed è arrivato poco fa con il padre Wali Jan, un uomo di almeno 60 anni con una folta barba bianca.
Un proiettile, uno solo, gli ha passato la testa da parte a parte, è ancora vivo e lo stanno operando.
Il padre urlava e si batteva il petto. Non solo per quello che hanno fatto a suo figlio, ma anche per il modo.

Akter era in casa sua, dietro a una finestra su cui picchiava il sole.
La sua curiosità l'ha spinto ad avvicinarvisi per vedere cosa stava succedendo fuori: tutti quei rumori di blindati e colpi di fucile. Qualche portatore malato di pace e democrazia ha visto una sagoma e non gli è parso vero di testare la sua mira. Ha sparato e non ha più visto la sagoma alla finestra.
Ma non è tutto. Sono entrati poi in casa, urlando e facendo alzare le mani al padre, spingendolo con forza contro il muro. In un angolo, sotto la finestra, hanno visto il risultato del proiettile esploso contro quella sagoma che appariva alla finestra.

Un bambino di 9 anni.

Nove.

E ovviamente, appena l'hanno visto a terra ferito e spaventato, se ne sono andati.
Senza una parola.
Non si abbandona così nemmeno un cane.

Che schifo!

Matteo Dell'Aira*

(*Infermiere capo dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, Helmand)

PeaceReporter




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19 febbraio 2010

ROQIA

E' scura di carnagione, capelli neri e folti.

E' arrivata nel nostro pronto soccorso timidissima, senza pronunciare un solo suono.

Stava aiutando a fare le faccende domestiche, in casa sua a Marja.E' uscita un attimo per prendere una bacinella d'acqua, e in un secondo si è trovata per terra.Un proiettile le ha perforato il ginocchio destro, facendole esplodere l'ultima parte di femore.

I suoi familiari l'hanno riportata in casa, dove è stata senza alcun trattamento per un giorno e mezzo, lamentandosi del dolore. Poi l'hanno fatta evacuare con l'elicottero, fino a farla arrivare al nostro ospedale.

Ora è in un letto pulito, la gamba operata e in trazione, con altre bambine e bambini, con personale qualificato che si prende cura di lei.

I suoni della guerra li continua a sentire come tutti noi durante la giornata, ma lei almeno è qui, mentre in quei distretti molta gente deve subire la violenza disumana della guerra senza neppure avere l'opportunità di farsi curare.

Chissà se Roqia, questo il suo nome, dodici anni afgani, è contenta di non sapere nemmeno se i suoi familiari sono vivi. Nessuno ancora è venuto a trovarla, è difficilissimo muoversi da quei villaggi.

Ma "la grande operazione militare va avanti molto bene"...

Matteo Dell'Aira*

(*Infermiere capo dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, Helmand)

PeaceReporter

Marco




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15 febbraio 2010

Vergogna

Lettera aperta dell'infermiere capo dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, dove arrivano i civili feriti nell'offensiva alleata contro al vicina città di Marjah...

Vergogna!
 

E' quella che proviamo tutti qui all'ospedale di Emergency a Lashkargah, Afghanistan, dopo l'inizio dell'ennesima 'grande operazione militare', che ogni volta è la più grande...
 

Un profondo senso di vergogna per quello che la guerra, qualsiasi guerra, fa. Distruzione, morti, feriti. Sangue, pezzi di carne umana. Urla feroci e disperate. Non fa altro.
 

Ma qualcuno ancora pensa che sia un buon modo per esportare 'pace e democrazia'.
 

In effetti la pace la stavano portando anche a Said Rahman, noto 'insurgent' della zona, ma quella eterna però. Si è beccato un proiettile in pieno petto, di mattina presto, mentre era in giardino.
 

Non stava pattugliando la zona, non stava combattendo, non stava mirando nessuno.
 

Non ha nemmeno visto da dove arrivava il proiettile che ha ancora nel corpo e che gli ha sfondato il polmone di destra. Ha solo sentito un gran bruciore e poi è svenuto dal male.
 

L'hanno trasportato in elicottero fino a Lashkargah, gli stessi elicotteri che prima sparano, poi in ambulanza nel nostro centro chirurgico per vittime civili della guerra, abbastanza instabile ma con il suo orsacchiotto di peluche nuovo di zecca, regalo della democrazia.
 

Sembrava avesse la gobba da tanto sangue si era raccolto nella schiena.
 

E' stato operato subito, gli hanno messo due drenaggi toracici, quasi più grandi di lui.
 

Perché il noto 'insurgent' ha sette anni.
 

Sette!!!
 

Questa è la 'grande operazione militare', la più grande.
 

Vergogna.

 

Matteo Dell'Aira*

(*Infermiere capo dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, Helmand)




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19 dicembre 2009

Il popolo Saharawi e la sua lotta...

Aminatu è tornata a casa

Aminatu Haidar ce l'ha fatta. Dopo trentadue giorni di sciopero della fame, la leader del Fronte Polisario ha vinto la sua battaglia ed è tornata a casa. L'annuncio a Laayoun, capitale del Sahara Occidentale, è arrivato nella notte. I media spagnoli riferiscono che Aminatu è stata dimessa dall'ospedale di Lanzarote nell'arcipelago delle Canarie, dove era stata ricoverata nei giorni scorsi per il peggioramento delle sue condizioni fisiche, e che un aereo militare l'ha riportata nella sua patria....(continua)




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11 dicembre 2009

Nobel per la pace?!?

Mentre Obama ritira il Nobel per la Pace, i suoi soldati in Afghanistan continuano ad uccidere civili innocenti

Amrul è un piccolo villaggio sulle montagne innevate di Laghman, un centinaio di chilometri nordest di Kabul, abitato da poche centinaia di pastori e contadini. Come ormai quasi tutti i villaggi dell'Afghanistan, Amrul è sotto il controllo dei talebani.

 

"Perché gli danno una medaglia per la pace?"

Lunedì notte, attorno alle due, decine di soldati delle forze speciali statunitensi accerchiano le case di argilla dell'abitato dove, secondo le informazioni raccolte, si nasconde un 'bombarolo' talebano ritenuto il responsabile di numerosi agguati dinamitardi contro i convogli delle truppe Usa.
I talebani, appostati sui tetti delle abitazioni, aprono il fuoco e in un istante si scatena l'inferno. I soldati americani sparano contro tutto quello che si muove, sparando fanno irruzione in alcune abitazioni, uccidendo sette guerriglieri ma anche sei civili, tra cui una donna.
Il mattino successivo, partiti i militari Usa, gli uomini di Amrul raccolgono i loro morti e li portano a Mehtarlam, il capoluogo della provincia, per protestare davanti al palazzo del governatore.
Dal corteo funebre di protesta si alzano urla contro l'America, contro Obama: "Perché danno a Obama una medaglia per la pace? Dice di volerci portare sicurezza, ma ci porta solo morte! Morte a lui!", urla un parente delle vittime alle telecamere di Al Jazeera. "Morte a Obama! Morte all'America!", gli fa eco la folla attorno a lui alzando i pugni al cielo.
La rabbiosa processione degli abitanti di Amrul avanza tra i campi Mehtarlam, ma alle porte della città trova la strada sbarrata dai soldati dell'esercito afgano, il loro esercito. I militari aprono il fuoco contro il corteo, uccidendo tre persone.

"Ci ha bombardato, ci ha tolto tutto! Non si merita quel premio"

La notizia che "il nuovo presidente dell'America" ha ricevuto un importante "premio per la pace" lascia sgomenti la maggior parte degli afgani. Soprattutto quei tanti che hanno vissuto sulla loro pelle il 'nuovo corso' di Obama.
Come i parenti delle vittime della strage di Bala Baluk: il villaggio in provincia di Farah che lo scorso maggio è stato raso al suolo dai cacciabombardieri americani. I morti civili, inizialmente negati dai generali Usa, furono 147.
I sopravvissuti di quel massacro vivono ancora tra le macerie delle loro case.
Una giovane donna se ne sta seduta sulla soglia di un’abitazione semidistrutta, con suo figlio sulle ginocchia. Indossa un velo nero e un abito nero luccicante di perline, ancora in lutto per la morte di un familiare. "Obama non si merita questo premio! Ci ha bombardati e ci ha lasciati senza niente, nemmeno
una casa".

La rabbia del cobra

Nawzad è una piccola cittadina che sorge ai piedi delle montagne rocciose dell'Helmand settentrionale, saldamente controllata dai talebani. Da tre anni, prima i gurka nepalesi dell'esercito di Sua Maestà britannica, poi i marines americani, hanno provato a riconquistarla a più riprese, senza mai riuscirci: la città, semidistrutta dai bombardamenti alleati, è ancora saldamente in mano ai talebani. Ora i generali statunitensi hanno deciso di chiudere questo conto in sospeso.
Venerdì scorso è scattata la più grande offensiva militare mai sferrata dagli alleati in questa zona: l'operazione 'Rabbia del Cobra'. Mille marines sono piombati sulla Valle di Nawzad con centinaia di carri armati ed elicotteri, ingaggiando l'ennesima battaglia con i talebani.
Secondo le prime notizie diffuse dalla Mezzaluna Rossa afgana, ci sono già nove morti accertati tra la popolazione civile, fuggita in massa dalla zona dei combattimenti: circa quindicimila persone hanno abbandonato Nawzad e i villaggi vicini cercando rifugio più a sud, a Grishk e nel capoluogo provinciale, Lashkargah. Un numero di sfollati sufficiente a creare un allarme umanitario, visto che tutte le agenzie internazionali dell'Onu hanno abbandonato da tempo la provincia di Helmand. Un problema che per le forze alleate, semplicemente, non esiste: "In quell'area non c'erano più civili, quindi non c'è nessuno sfollato", ha tagliato corto William Pelletier, un portavoce militare Usa.

McCrystal, generale d'acciaio

Nei giorni scorsi, migliaia di cittadini statunitensi erano scesi in strada a San Francisco, Seattle, Chicago, Boston, Detroit e Minneapolis per protestare contro la decisione del presidente Obama di inviare altri 30mila soldati a combattere in Afghanistan. Piccole manifestazioni pacifiste, dietro le quali però c'è ormai una maggioranza, silenziosa, di americani che non sostengono più questa guerra. Una maggioranza che, all'annuncio dell'escalation, si era consolata con la promessa presidenziale di un ritiro delle truppe Usa da avviare nel giro di un anno e mezzo, a partire dal luglio 2011. Ma anche questa prospettiva consolatoria pare già tramontata: il generale David McCrystal, comandante delle truppe alleate in Afghanistan, ha subito corretto il tiro della propaganda della Casa Bianca: "Luglio 2011 per me non rappresenta un limite fissato, ma la data alla quale valuteremo come procedere. Come potremo ritirarci se la missione non sarà compiuta!", ha dichiarato il generale, chiarendo che, anzi: "Se la violenza dovesse aumentare, rendendo necessarie rinforzi addizionali, li richiederò. Non permetterò che considerazioni politiche influenzino la valutazione sul progresso della missione". Per la serie: siamo in guerra, e in guerra decidono i militari, non i politici. Guerra e democrazia, si sa, non vanno molto d'accordo. Né in Afghanistan, né in America.

I valori americani per giustificare una guerra che quei valori calpesta

"Come comandante in campo, ho deciso di inviare altri 30mila soldati in Afghanistan nel vitale interesse della nostra nazione. (...)" L'aggressione militare, l'invasione, l'occupazione, le stragi di civili, i crimini di guerra e contro l'umanità commessi contro il popolo afgano, rappresentano una flagrante violazione di quei valori occidentali che l'America sostiene di voler difendere e diffondere nel mondo: libertà, autodeterminazione, rispetto per la vita e per la dignità delle persone, rifiuto della violenza.
Nel suo discorso a West Point, Obama ha definito la guerra in Afghanistan "un test per la nostra società libera e per la leadership americana nel mondo. (...) La nostra forza risiede nei nostri valori. (...) Deve essere chiaro a ogni uomo, ogni donna, ogni bambino che vive sotto le oscure nubi della tirannia che l'America difenderà i loro diritti umani, la libertà, la giustizia, le opportunità e la dignità dei popoli. Questo è quello che siamo. Questa è la fonte morale del potere dell'America".
Agli uomini, le donne e i bambini afgani che da otto anni vivono e muoiono sotto le bombe americane non è molto chiaro. Magari glielo spiegheranno i 30mila nuovi soldati statunitensi inviati da Bush, pardon, da Obama.

tratto da PeaceReporter




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6 dicembre 2009

MAI PIU' SOLI

Più attenzione e appoggio alle vittime delle mine antiuomo.

Questo il cuore della Dichiarazione di Cartagena de Indias, dal nome della splendida cittadina colombiana affacciata sui Caraibi, che ha ospitato la II Conferenza mondiale di revisione del Trattato di Ottawa. Ognuno dei 156 stati firmatari dell'accordo, che mette al bando i micidiali ordigni, ha siglato il documento finale dopo 4 giorni di un summit che ha visto mea culpa, buone nuove, nuovi propositi e proposte shock.

Al centro dei lavori, dunque, le storie di chi ha subito il dramma delle mine sulla propria pelle, e il grande difficile proposito di universalizzare quel Trattato nato nel 1997 e in vigore dal '99, ma che ancora vede fuori 39 paesi, tra cui Stati Uniti, Russia, Cina e Cuba. Di qui il mea culpa che ha serpeggiato in ogni dichiarazione ufficiale. Nessuno si è tirato indietro nell'ammettere che la Convenzione non è stata capace di aiutare chi vive ogni giorno con questa minaccia di morte.
"Ribadiamo il nostro compromesso a porre fine alle sofferenze provocate dalle mine antiuomo e a fare del mondo un luogo libero da mine. Siamo convinti che ci riusciremo", recita il documento ufficiale. Buoni propositi, dunque, ma anche traguardi già raggiunti. Negli ultimi dieci anni sono state distrutti 42 milioni di ordigni, che equivalgono a 42 milioni di minacce di morte o mutilazioni in meno. Esempio concreto il Ruanda, primo Stato al mondo a essere stato liberato dalle mine. Dopo le centinaia di vittime cadute su questi micidiali ordigni nella guerra civile che lo ha martoriato tra il 1990 e il 1994, l'esercito di Kigali, settemila uomini addestrati a dovere e guidati da esperti sminatori, sembra aver compiuto la missione. A confermarlo è Ben Remfrey, del Mines Awareness Trust, che ha verificato il lavoro e conferito il primato.

Ma non ci sono solo successi. Oltre ai 39 Stati che ufficialmente intendono continuare a produrre, vendere e usare le mine, ci sono anche i gruppi guerriglieri. Guardando al 2008, a usare mine sono stati infatti l'esercito nazionale russo, quello birmano, le Tigri Tamil e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc). I guerriglieri, pur riconoscendo la pericolosità di bombe che colpiscono indistintamente militari e civili perché restano sotto terra e in balia del fato, rivendicano la necessità di usarle perché armi a basso costo.
"In guerra ci tocca applicare tutto quello che ci permette di difenderci. Quindi usiamo anche le mine. Le costruiamo da soli. Sono economiche. Sono l'arma dei poveri. Ed è anche vero che ogni tanto capita che qualche civile venga ferito. Ma si tratta sempre di incidenti. Certo non è molto etico, ma sbagliano le bombe intelligenti del ricco impero della guerra, può sbagliare un contadino-guerrigliero che deve difendersi per sopravvivere. E comunque, non si può generalizzare. Si devono analizzare i singoli contesti prima di giudicare. Noi raccogliamo sempre i nostri ordigni inesplosi. La nostra casa è la selva. Se ogni volta che abbiamo teso una trappola al nemico minando una zona avessimo lasciato le bombe inesplose, adesso saremmo in gabbia. E poi l'esplosivo costa, non possiamo permetterci di sprecarlo", aveva raccontato a PeaceReporter il capo Farc, Pastor Alape.

E le mine continuano a uccidere. La Colombia ha ormai il record per maggior numero di vittime da mina antiuomo al mondo. E per questo è stata scelta per ospitare la Conferenza, la quale ha riservato la giornata di chiusura a toccare con mano cosa significhi trascorrere una vita minata, accompagnando i rappresentanti dei 156 paesi firmatari in una delle zone colombiane più colpite, il Bolivar, ma che vanta una zona che è appena stata completamente sminata.
Ma se le Farc non intendono cedere, un messaggio di speranza è arrivato dall'Esercito di liberazione nazionale, il secondo gruppo guerrigliero del paese, che si è impegnato a ridurne drasticamente l'uso.


Ad attirare l'attenzione, in mezzo a tanti interventi, è stata la proposta schok di Junaes, il popolare cantante ideatore del concertone Pace senza frontiere che da due anni si tiene nelle zone più calde del continente americano: prima al confine colombo-venezuelano e quest'anno a Cuba. "Chiedo alla guerriglia di deporre le armi e al governo di legalizzare la droga", ha gridato senza mezzi termini, spiegando lo stretto legame tra guerra e narcotraffico e sottolineando l'inutilità dell'uso della forza tra le parti.

"Riaffermiamo - conclude la Dichiarazione di Cartagena - che il nostro obiettivo è impedire, attraverso la bonifica di tutti i campi minati e la distruzione di ogni singola mina, che si debba contare un'altra sola vittima". Parole sante, già pronunciate però dieci anni fa, quando venne fissato appunto il 2009 come il limite massimo in cui varcare il traguardo finale, che è ancora così tanto lontano.




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4 dicembre 2009

Parte da Facebook il primo sciopero nazionale dei sans papier. E l'Italia segue a ruota

UN GIORNO SENZA IMMIGRATI

Nadia Lamarkbi, giornalista francese, ha lanciato l'idea su Internet: cosa succederebbe se il nostro Paese si svegliasse domani senza di noi? Senza di noi immigrati? Ha aperto una pagina Facebook, titolandola: "Un giorno senza immigrati: 24 ore senza di noi". Nel momento in cui scriviamo, i membri hanno raggiunto quota 33 mila.

Quello che sembrava uno sfogo provocatorio è diventata un'iniziativa concreta, un'azione indipendente da ogni gruppo politico, sindacale, associazione, religione, come recita l'articolo 1 del manifesto. La giornata in questione sarà il primo marzo 2010. Quel giorno, in Francia (e non solo) sciopereranno infermieri, bidelli, taxisti, operai, spazzini, baby sitter, lavapiatti e badanti. Secondo gli organizzatori, in questo modo la società francese si renderà conto della vera ricchezza dell'immigrazione. Si chiamano a raccolta non solo gli immigrati, ma tutti i cittadini "consapevoli" dell'apporto dell'immigrazione sull'economia e sulla società francese. Così come si invita in piazza chiunque "voglia porre fine alle discussioni nauseabonde sull'identità francese".

Si stanno organizzando sulla rete con un blog dedicato, diversi gruppi territoriali, un forum. Confidano in un effetto valanga. Yassine scrive su Facebook: "La Francia non ha mai mancato un'occasione con la storia, la Francia non è Sarkoland, saremo in tanti". Mimoun: "E' l'unica lezione che gli immigrati possono dare a questa società che non riconosce la loro utilità". Soraya: "Non dimentichiamo che i lavoratori sans-papier hanno i lavori più ingrati, tutti i segmenti della popolazione devono essere mobilitati, a partire dai più bisognosi".

Una giornata che ricorrerà a tre anni esatti dall'entrata in vigore in Francia del "Codice di ingresso e soggiorno degli stranieri", una legge che è stata aspramente contestata perchè rappresenta "una visione utilitaristica dell'immigrazione oltreché selettiva, basata su criteri economici". Una giornata che ha anche un precedente storico negli Stati Uniti: il 1° maggio del 2006. Centinaia di migliaia di persone di origine ispanica boicottarono tutte le loro attività: dal lavoro, alla scuola, ai consumi. In 600mila scesero allora in piazza a Los Angeles, 300mila a Chicago, manifestazioni dalla California a New York al grido di "se ci fermiamo noi, si fermano gli Stati Uniti".

L'eco del 'sans papiers day' d'Oltralpe ha raggiunto anche l'Italia, e grazie a Facebook si sta diffondendo a macchia d'olio. Gli iscritti hanno superato il migliaio, ma l'effetto domino del social network porterà sicuramente alla causa della manifestazione in terra nostrana numeri di gran lunga superiori, considerato che l'iniziativa è prevista tra tre mesi.

 




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20 giugno 2009

Perù. Salviamo la foresta amazzonica

Cari amici,
Il governo del Perù si sta scontrando violentemente con i gruppi indigeni che protestano per la rapida devastazione della foresta pluviale amazzonica da parte di compagnie estrattive, petrolifere e di disboscamento. La foresta è un tesoro mondiale – sosteniamo i protestanti e firmiamo la petizione al Presidente Garcia per fermare la violenza e salvare l’Amazzonia:

Il Governo peruviano ha esercitato pressione sulla legislatura permettendo alle compagnie estrattive e di coltivazione su larga scala di distruggere rapidamente la loro foresta pluviale amazzonica.

Le popolazioni indigene hanno protestato pacificamente per due mesi chiedendo di poter esprimere legittimamente i propri pareri nei decreti che contribuiranno alla devastazione dell’ecologia e delle popolazioni amazzoniche, e che saranno disastrosi per il clima globale. Ma lo scorso fine settimana il Presidente Garcia ha risposto: inviando forze speciali per sopprimere le proteste in scontri violenti ebollando i protestanti come terroristi.

Questi gruppi indigeni sono sulla linea del fronte nella lotta per proteggere la nostra terra - Appoggiamoli ed appelliamoci al Presidente Alan Garcia (che è notoriamente sensibile alla propria reputazione internazionale) affiché fermi immediatamente la violenza e si apra al dialogo. Clicca in basso per firmare l’urgente petizione globale ed un preminente politico latino americano molto rispettato la consegnerà al Governo per nostro conto. 

http://www.avaaz.org/it/peru_stop_violence 

Più del 70 per cento dell’Amazzonia peruviana adesso è pronta per essere afferrata. I giganti del petrolio e del gas, come la compagnia anglo-francese Perenco e le nord-americane ConocoPhillips e Talisman Energy, hanno già impegnato investimenti multimiliardari nella regione. Queste industrie estrattive hanno un record molto basso di benefici apportati alla popolazione locale e nella preservazione dell’ambiente nei paesi in via di sviluppo – motivo per il quale i gruppi indigeni stanno chiedendo il diritto di consultazione sulle nuove leggi, riconosciuto a livello internazionale. 

Per decenni il mondo e le popolazioni indigene hanno assistito a come le industrie estrattive devastassero la foresta pluviale che è dimora per alcuni ed un tesoro vitale per tutti noi (alcuni climatologi chiamano l’Amazzonia "i polmoni del pianeta" – che inspira le emissioni di carbonio che provocano il surriscaldamento globale e restituisce ossigeno). 

Le proteste in Perù sono le più forti e disperate mai espresse, non possiamo permettere che falliscano. Firma la petizione, ed incoraggia i tuoi amici e familiari ad unirsi a noi, così che possiamo aiutarele popolazioni indigene del Perù ad ottenere giustizia e prevenire ulteriori atti di violenza da parte di tutti.

http://www.avaaz.org/it/peru_stop_violence

Per solidarietà,

Luis, Paula, Alice, Ricken, Graziela, Ben, Brett, Iain, Pascal, Raj, Taren e l’intero team Avaaz . 

Fonti:

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permalink | inviato da c'entra la solidarieta' il 20/6/2009 alle 15:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


14 settembre 2008

tensioni in Bolivia

PeaceReporter - la rete della pace. Quotidiano online e agenzia di servizi editoriali. Storie, dossier, interviste, reportage, schede conflitto, schede paese e buone notizie da tutto il mondo Bolivia, via l'ambasciatore UsaPer Evo Morales è 'persona non
 

gradita'


Secondo il presidente Evo Morales l'ambasciatore statunitense in Bolivia, Philp Goldberg è “persona non gradita” per via delle sue continue intrusioni nella scena politica del paese andino.


 


 
Ambasciatore UsaI fatti. Sono giorni ormai che Morales deve affrontare quasi quotidianamente proteste e blocchi stradali da parte di manifestanti che, probabilmente manipolati dai poteri forti ancora presenti nel Paese, chiedono denaro per i loro progetti di autonomia e la restituzione di un'aliquota derivante dalla vendita di gas che Morales ha destinato a un fondo pensione per gli indigenti ultrasessantenni boliviani. Complice dell'attuale crisi, che nelle ultime 24 ore ha messo a ferro e fuoco la città di Santa Cruz e altre località della Mezzaluna (la zona che raggruppa le cinque provincie ribelli), dove l'esercito e la polizia sono stati duramente colpiti dai manifestanti, sarebbe il rappresentante statunitense nel Paese, Goldberg, che secondo Morales “cospira contro la democrazia e soprattutto cerca di dividere il Paese”. Per questo motivo Golberg è stato cacciato dalla Bolivia. “Non ho paura 'dell'impero' -ha detto il presidente boliviano- e dichiaro il sig. Goldberg persona non gradita. Con questo chiedo al nostro cancelliere di far pervenire la decisione del Governo all'ambasciatore Usa in modo che possa tornare urgentemente nel suo Paese”. Una decisione che secondo gli Stati Uniti porterà a serie conseguenze.

 
Violenza senza fine. Strutture istituzionali sono state attaccate e semidistrutte dai manifestanti che in taluni casi le hanno occupate. Un gasdotto che conduce il gas verso il Brasile sarebbe stato manomesso compromettendo seriamente l'invio verso Brasilia e causando elevati danni economici al Paese. E ancora vetrine di edifici che ospitano aziende nazionalizzate sono andate distrutte: in Bolivia come ricorda Juan Ramon Quintana, ministro della Presidenza “è in atto un golpe civico, dove non si usano carri armati”. E i manifestanti, tutti mascherati per non farsi riconoscere, fra il lancio di una bomba molotov e un sasso acuminato, gridavano slogan contro il governo e augurando la morte a Morales. La polizia e l'esercito sono e resteranno per i prossimi giorni in stato di massima allerta.

 
Danni economici. Nel frattempo a causa dell'attacco avvenuto nel dipartimento di Tarija, contro il gasdotto che conduce il prezioso idrocarburo verso il Brasile e l'Argentina, la società statale Ypfb (Yacimientos Petroliferos Fiscales Bolivianos) ha deciso di ridurre enormemente l'invio di gas verso quei paesi. “Un attentato terrorista” lo ha definito il presidente della Ypfb Santos Ramirez, condotto da fanatici legati ai prefetti ribelli. Dal Brasile, però, fanno sapere che il gas giunge come da accordi. Ma i problemi potrebbero non essere finiti. Secondo alcune voci,a ncora non confermate, gli autonomisti avrebbero occupato e preso il controllo di un campo per l'estrazione di gas destinato al mercato argentino.

 
Golpe? Ne sono sicuri sia Morales che Quintana: in Bolivia è in atto un golpe civico, comandato dai prefetti ribelli, appoggiato dagli Usa, eseguito dalla popolazione a cui non interessa la democrazia. Tutto questo potrebbe avere un costo altissimo sia in termini economici che sociali. Stando alle dichiarazioni delle emittenti radiofoniche e televisive del Paese sembra, infatti, che solo nella giornata di ieri oltre 97 persone siano già rimaste ferite in seguito agli scontri fra oppositori a Morales e suoi seguaci. “Gli incidenti fra opposte fazioni sono stati molto duri e solo per puro caso non sono giunti a livelli estremi” dicono dall'ospedale di Tarija. “Praticamente siamo di fronte a una guerra civile ma saremo in grado di fermarla” dicono alcuni dirigenti contadini del Mas (Movimento al Socialismo), la formazione di Morales. E in questo caso la chiesa cattolica prende le distanze da tutti: la colpa della distruzione del paese è da attribuire sia ai sostenitori del governo sia a quelli dell'opposizione.
Alessandro Grandi    scrivi all'autoreInvia un commento

guardate il post dell'anno scorso 
 
sull'operato dell'USAID




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